Avvocato Matrimonialista

Giornata contro la violenza sulle donne. A tu per tu con un avvocato e una psicologa

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Oggi, 25 novembre, si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale per l’eliminazione della Violenza Contro le Donne. Nonostante i notevoli passi in avanti fatti dalla società e dalle istituzioni per far cessare tali soprusi, o comunque ridurne al minimo le drammatiche conseguenze, assistiamo ancora oggi a troppi episodi di violenza di genere, per i quali è legittimo chiedersi a che punto sia realmente giunto il nostro Paese nella soppressione del fenomeno.

La Nuova Calabria ha affrontato il tema sotto un duplice aspetto. quello giuridico e quello psicologico, discutendone con due giovani e brillanti professioniste calabresi: l’Avvocato matrimonialista e criminologa Federica Candelise, responsabile della sezione giovani dell’AMI (Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani) e la Dottoressa Elisa Stella, psicologa – psicoterapeuta, criminologa – docente AISF di Psicologia Investigativa e Forense.

Partendo da quelli che sono i dati,  cosa emerge dalle statistiche attuali? Il 2020, anno senza dubbio particolarmente difficile per tutti a causa dell’emergenza sanitaria da COVID-19, che panorama ha offerto sul fronte della repressione della violenza domestica? Avv. Candelise: “In media a tutt’oggi ogni tre giorni una donna è vittima di femminicidio e l’ambito in cui continuano a consumarsi queste tragedie resta in prevalenza quello familiare/domestico (per circa il 78% dei casi) dunque, rispetto al 2019, l’anno che sta per concludersi non ha registrato miglioramenti in tal senso. Questo perchè a seguito dell’inizio della pandemia, in cui abbiamo assistito ad un netto calo di denunce con una flessione dei c.d. reati spia (stalking, maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali e percosse) dovuta essenzialmente ad un’oggettiva difficoltà della vittima di denunciare il proprio aguzzino perchè costretta a convivere con lo stesso h24 durante il lockdown, dal mese di Maggio in poi i numeri sono nuovamente aumentati fino a tornare ai livelli dei primissimi mesi dell’anno, cui è seguita la diffusione del coronavirus. Non va dimenticato poi che la convivenza forzata ha portato molte coppie ad entrare in conflitto ancor prima del tempo, aumentando in tal modo il numero dei procedimenti di separazione e divorzio e che in media, almeno la metà delle separazioni giudiziali, quelle per intenderci senza l’accordo dei coniugi, ha anche risvolti penali. Si tratta di una vera emergenza nazionale e trasversale, che non conosce distinzioni sociali nè di appartenenza geografica e sulla quale occorre ancora intervenire.” Dott.ssa Stella: “Si è parlato molto dell’aumento esponenziale delle violenze domestiche durante l’emergenza coronavirus e come affermato dall’avvocato Candelise l’anno che sta per concludersi non ha registrato miglioramenti. Più delinquenti in casa più carneficina tra le mura domestiche. L’immagine del posto sicuro, di quell’ambiente che dovrebbe rimandare sensazioni di sicurezza nel lockdown si è trasformato per troppe donne nella scena del crimine. La Violenza Domestica (psicologica, fisica, sessuale) è aumentata a livello globale durante la pandemia di COVID19 e, sul fronte della repressione, tutto ciò ha spinto Psicologi e Psicologhe di tutto il mondo ad unirsi per operare contro, in un’ottica di protezione, con il fine di donare supporto e condividere risorse professionali, scientifiche e informative. Ordini e società scientifiche di psicologia di tutto il mondo si sono così associati per creare un manifesto coordinato dall’American Psychological Association, dedicato ai professionisti del settore. Sono quasi 60 le Istituzioni rappresentative della psicologia che fanno parte del Gruppo internazionale (Global Psychology Leadership Team, GPLT), e l’Italia è rappresentata dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte. Quattro i punti fondamentali del documento, una sorta di call to action rivolta agli esperti stessi, a partire dall’offrire il proprio supporto per individuare gli individui a rischio, ovvero “proteggere le persone creando familiarità verso i servizi sul territorio”. Il secondo punto è “educare le comunità sui segni dei diversi tipi di violenza e sui modi per fornire aiuto”: numerose persone, infatti, “possono non realizzare di trovarsi in una situazione di violenza o non sapere quali risorse siano per loro disponibili, in quanto la violenza viene spesso normalizzata e può risultare meno visibile durante la crisi da Covid-19”. Il terzo punto è educare al principio che “non esiste salute senza salute mentale” e che “le vittime di violenza durante una crisi o una calamità possono subire un impatto a lungo termine con stress post-traumatico, depressione e ansia”. Il quarto punto, infine, è “contestualizzare la storia di violenza del singolo individuo” partendo dal presupposto che “il trauma può essere amplificato dall’esperienza pregressa”. Nonostante ciò però, le stesse istituzioni, non mancano di prestare costante attenzione alla tutela ed al supporto delle donne mediante diversi interventi mirati, ultima fra tutte l’innovativa legge sul “Codice Rosso”. Tutto ciò pare quindi non bastare? Avv. Candelise: “Indubbiamente i nostri legislatori si stanno egregiamente adoperando per far sì che questo atroce fenomeno, che non è altro che la conseguenza diretta della discriminazione nei confronti delle donne e costituisce quindi una vera e propria violazione dei diritti umani, diventi finalmente evitabile. Con la legge sul Codice Rosso (L. n° 69/2019) l’Italia ha fatto importantissimi passi in avanti, introducendo sostanziali modifiche e novità alla disciplina penale. Vale la pena sottolineare ad esempio, oltre la determinante previsione che una volta acquisita la notizia di reato il Pubblico Ministero debba sentire la vittima entro 3 giorni, l’introduzione di nuovi reati quali: il revenge porn (consistente nella diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate), il delitto di costrizione o induzione al matrimonio e il reato di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, giusto per citarne alcuni. Ma nonostante tutti gli sforzi profusi, è di recente emersa la notizia sconfortante di una seconda bocciatura dell’Italia da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, perchè dichiarata ancora responsabile di ostacolare l’accesso alla giustizia alle donne vittime di soprusi. Questo a seguito di una valutazione negativa dei dati parziali e al tempo stesso allarmanti sui tempi di risposta alle denunce da parte dei Tribunali, sul numero di procedimenti penali avviati, sulle assoluzioni e l’eccessivo numero di archiviazioni. L’auspicio è dunque quello di fare in modo che il nostro sistema riesca a raggiungere, pur sotto vigilanza rafforzata del Comitato, i risultati sperati attraverso la concreta applicazione delle leggi, della prevenzione e con l’aumento del numero di Centri antiviolenza su tutto il territorio.” Dott.ssa Stella: “Questa legge è chiaramente un passo avanti, ma da una prospettiva psicologica è da affinare in modo da renderla più acuta rispetto alle esigenze della vittima e alla costruzione di strategie efficaci. Nella scala della rinascita, risalendo i primi gradini della richiesta di aiuto, le donne spesso sono ancora in una condizione di coercizione dove attraverso la dissociazione, la minimizzazione, la negazione e la razionalizzazione hanno imparato a modificare una realtà insopportabile. Le conseguenze delle dinamiche di vittimizzazione e i meccanismi di adattamento messi in atto generano articolati cambiamenti a livello di funzionamento biologico e psicosociale che causano un forte immiserimento e sintomatici livelli di disregolazione emotiva, dell’identità oltre a disturbi nei processi di elaborazione autoreferenziale. È fondamentale guardare al mondo della vittima attraverso i suoi occhi, gli occhi di chi è stata nel tempo trasformata dal trauma attraverso un trattamento deumanizzante. Di conseguenza per intervenire rispondendo ai bisogni reali delle vittime è imprescindibile disporre in prima istanza una sequenza organizzata di azioni a valenza terapeutica mirare alla necessità di accendere risorse per concepire e sostenere un cammino di uscita dalla violenza e per innescare la capacità di procedere a passi decisi e veloci in questo in modo percorso. Senza mai voltarsi indietro.” A chi sostiene ancora che non ci sia la necessità di parole specifiche come “femminicidio” per identificare simili realtà, in favore del termine politicamente neutro di omicidio, cosa sentite di voler dire? Avv. Candelise: “A mio avviso e osservando in modo obiettivo la realtà del mondo odierno, il problema resta essenzialmente e drammaticamente culturale, per cui la matrice della violenza di genere si sostanzia ancora oggi nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne. Quanto alla parola “femminicidio”, non si tratta semplicemente di un termine che ha acquisito diffusione globale grazie ai mass media e perciò accolto dalla gran parte dell’opinione pubblica, ma risale ancor prima alla letteratura criminologica che ha dato nome ad un fenomeno che fino a quel momento ne era privo. Il significato è ben preciso e non fa riferimento a tutte le uccisioni di donne per qualsiasi causa ed in qualunque contesto. Il concetto è oggettivamente specifico e riguarda unicamente la violenza estrema esercitata sistematicamente dall’uomo sulla donna in quanto appartenente al genere femminile, per affermare un senso di superiorità e dominio su di essa, alludendo alla condotta spregevole dell’uomo che “uccide la donna in quanto donna”. Per cui il focus qui è incentrato sul “genere”. Concludo col dire che nonostante facciano ben sperare i considerevoli traguardi raggiunti dalle donne negli ultimi decenni, occorre non abbassare la guardia sul punto perchè sicuramente ci sono tutti i presupposti affinchè le mentalità, anche quelle più radicate e conservatrici, possano rapidamente evolversi, perchè il nostro Paese ha il diritto/dovere di raggiungere livelli ancora più elevati di civilità.” Dott.ssa Stella: “Sono perfettamente in accordo con l’avvocato nel sottolineare che il problema resta essenzialmente e drammaticamente culturale. È una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di controllo e di possesso da parte del genere maschile su quello femminile – e attraversa tutte le culture, classi sociali, etnie, età, livelli di istruzione e di reddito. Uomini che mettono in atto un controllo e un dominio perché hanno introiettato profondamente una gerarchia di ruoli che vede la donna subordinata nella relazione. Uno stato psichico contaminato dai pregiudizi di una cultura millenaria, di cui tutta la collettività, donne comprese, è intrisa. Rispetto al termine “femminicidio” ci sono state e ancora ci sono riluttanze alla diffusione di questo termine, un neologismo poco amato, perché avvertito come una forzatura ideologica, indicando un sottoinsieme del più ampio concetto di omicidio. Si pensa comunemente che sia una ideazione dei giornali per calcare in termini sensazionalistici il fenomeno sociale della violenza di genere. In realtà, è noto che il suo reale significato, fu coniato e fissato nel 1992 da Diana Russell nel libro Femicide: The Politics of woman killing, e impiegato dalla riflessione femminista successiva: “una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna proprio perché donna. Quando parliamo di femminicidio quindi non stiamo semplicemente indicando che è morta una donna, ma che quella donna è morta per mano di un uomo in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne.” Il termine non nasce con l’intenzione di discriminare ma di distinguere un tipo di omicidio da altri tipi di omicidi, non si esaurisce nell’indicare il sesso della vittima bensì indica il motivo per cui la donna è stata uccisa. Evidentemente la realtà della violenza, in tutte le sue manifestazioni, è intessuta di complessità e molteplici letture già a partire dai termini che la descrivono e mi auguro che questo rappresenti uno stimolo per tutte le anime per riflettere in profondità per dare una nuova speranza alle generazioni future, le uniche che potranno interrompere la trasmissione intergenerazionale della violenza”.
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